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E’ innocente: ma don Mura, accusato di abusi, è scappato sotto falso nome

ULTIMO AGGIORNAMENTO 10:58
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Il Tribunale Ecclesiastico Metropolitano Penale dell’Archidiocesi di Milano ha assolto il parroco di Ponticelli Don Silverio Mura, accusato nel 2010 da Arturo Borrelli di aver abusato sessualmente di lui quando era un bambino.

Don Silverio Mura assolto - Leggilo

Si è chiuso il processo a carico di don Silverio Mura. Il Tribunale Ecclesiastico Metropolitano Penale dell’Archidiocesi di Milano ha assolto il parroco di Ponticelli, accusato nel 2010 da Arturo Borrelli di aver abusato sessualmente di lui e di un altro bambino, circa 25 anni fa.

A diffondere il comunicato della sentenza definitiva, emessa lo scorso 6 marzo, è stato Stefano Bartone, legale difensore di don Mura.  La decisione potrebbe essere ribaltata in sede civile, dove si svolgerà un altro processo per un eventuale risarcimento dei danni, ma intanto l’assoluzione del prete e insegnante di religione, molto conosciuto e amato in Parrocchia, ha gettato sconforto tra le due presunte vittime: Arturo Borrelli e un altro ragazzo di cui non si conosce l’identità.

Arturo ha raccontato le violenze sessuali subite per 3 anni, 2-3 volte alla settimana. Dopo 25 anni, ha incontrato di nuovo don Silverio, registrando di nascosto le conversazioni, il quale non ha mai negato quanto accaduto ma lo invitava solo a pregare. Don Mura era l’insegnante di religione di Arturo, un rapporto che proseguiva tra i banchi di scuola e in Chiesa. Le conseguenze, per la presunta vittima, sono state gravi: tutt’ora prende psicofarmaci e soffre di attacchi di ansia e di panico.

Alla sua testimonianza si è aggiunta quella di un altro ragazzo che avrebbe denunciato di aver subito violenze da parte del sacerdote ma che non ha mai voluto far conoscere la sua identità. Intanto, dopo lo scandalo, Don Silverio si trasferì a Nord, a Montù Beccaria – provincia di Pavia – dove sotto il nome di don Saverio Aversano continuava a fare il catechista. Una decisione che ha alimentato le accuse, mentre gli atti a carico del parroco furono trasmessi dalla Curia napoletana al Tribunale della diocesi lombarda nel luglio scorso, incaricato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede che avviò il processo ecclesiastico penale. Fu proprio il Papa a decidere di riaprire il caso. L’assoluzione del sacerdote napoletano arriva dopo quattro anni di istruttoria, come riportato da Avvenire.

Arturo, lo scorso 4 febbraio, si era recato in udienza dal Santo Padre. In quella occasione ha parlato dei suoi sacrifici e dei suoi sforzi affinché la Chiesa prendesse atto di quanto accaduto. “Mi ha detto: ‘Procedi per la tua strada’”, racconta oggi Arturo. “Abolite i tribunali ecclesiastici, ci avevano assicurato che la sentenza sarebbe stata positiva per me. Mi sento preso in giro, anche perché vorrei ricordare che oltre alle due persone che hanno denunciato il prete, c’era anche la testimonianza di una donna che dal suo balcone aveva visto più volte entrare ed uscire i bambini dalla casa di Don Mura”.

Le accuse

In effetti, diversi testimoni avevano dato conferma alle accuse, ma non sono bastati. Non è bastata neanche la consegna delle chat, al Papa, di altre tre vittime che facevano riferimento agli abusi, come riportato da Fanpage. Non è bastata neanche la rivelazione di Ciro Guarente – il suo nome divenne tristemente noto per aver ucciso e fatto a pezzi l’attivista gay Vincenzo Ruggiero, per motivi di gelosia – che aveva riferito di essere stata vittima di don Silverio Mura, tra la fine degli anni ’80 e ’90 senza mai aver denunciato. Ma la storia di abusi è controversa e da entrambe le parti rimangono sospesi diversi interrogativi.

In primo luogo, ha destato sospetti un’elevata disponibilità di denaro trattenuta da Mura, con il quale faceva regali alle sue vittime e che entra in contrasto con quanto guadagnato dalla sua professione. C’è poi da capire il motivo del suo trasferimento a Pavia sotto falso nome – dove continuava ad esercitare e ad entrare in contatto con i bambini. Che motivo avrebbe avuto, infatti, un allontanamento del parroco in caso di accuse infondate? Le due vittime, inoltre, fanno anche riferimento ad una malformazione al pene del vescovo – rilevabile solo con pene in erezione – ma non è mai stato accertato come abbiano potuto entrambe essere a conoscenza di un particolare tanto intimo.

La difesa

A determinare, invece, la decisione del Tribunale Ecclesiastico ci sarebbero alcuni episodi legati alle vittime. Arturo Borrelli avrebbe, nel corso degli anni, adottato una condotta poco gestibile per portare avanti la sua battaglia, attraverso condivisioni sui social. Spesso Borrelli ha inviato maledizioni e offese al Cardinale Sepe, reo di aver coperto don Mura, arrivando ad accusarlo della morte del figlio 18enne, deceduto in un incidente d’auto lo scorso giugno.

L’altro ragazzo, invece, ha accusato don Silverio di obbligarlo a recarsi in bici da Pollena Trocchia a Ponticelli per consegnare ad una donna uno zainetto in cui erano contenuti libri di religione: ma per la vittima si trattava di armi e di droga. Il ragazzo ha raccontato dapprima di aver fatto quel percorso due, tre volte alla settimana; poi una decina di volte in tutto. Il percorso terminava al Rione De Gasperi, ma la descrizione di quel luogo – oggi semideserto ma all’epoca molto abitato e frequentato – non combacia: due palazzi voluminosi e molto frequentati non sembrano esistere nella sua memoria. In più, in quegli anni il Rione era la roccaforte del clan Sarno, una delle associazioni malavitose più potenti della zona. In sostanza, né la descrizione geografica né la ricostruzione storica proposte dalla presunta vittima trovano riscontro nell’epoca contemporanea.

Il ragazzo afferma di aver scoperto per caso, un giorno, il reale contenuto dello zainetto, insospettito dall’eccessivo peso. Avrebbe poi detto anche di aver visto una bomba all’interno di quello zaino, proprio quando, qualche giorno prima, era stata diffusa la notizia di un ritrovamento di alcuni ordigni bellici in un arsenale della camorra. Sull’identità della donna alla quale doveva consegnare lo zainetto, invece, la presunta vittima fa riferimento alla mamma di Antonio, Giuseppe e Annunziata d’Amico, a capo di un’organizzazione criminale. Ma la donna, oltre a non aver mai vissuto nel Rione De Gasperi, ha osteggiato da sempre e fortemente l’ascesa criminale dei figli, tanto da collaborare con la Polizia. In più, il testimone precisa di essersi recato spesso nel Rione in compagnia di Don Mura, quando il sacerdote veniva convocato per dare l’estrema unzione alle reclute del clan vittime di agguati e pertanto impossibilitate ad entrare in Chiesa per la celebrazione liturgica dei funerali.

Ma non esiste riscontro per confermare l’esistenza di questo rituale. Nonostante poi, dopo la ribalta avuta dal caso mediatico, diverse persone abbiano confidato di aver subìto lo stesso trattamento in tenera età dal sacerdote, queste non hanno mai voluto testimoniare. Pertanto, a livello giuridico, la loro posizione è nulla. Tanti punti, quindi, non tornano. E se da un lato le accuse sembrano fondate, dall’altra tante ricostruzioni paiono inverosimili.

Fonti: Avvenire, Fanpage

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