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I genitori di Renzi liberi, ma Luigino si tolse la vita

ULTIMO AGGIORNAMENTO 14:54
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Qualche giorno fa, il Tribunale del Riesame di Firenze ha revocato la misura degli arresti domiciliari per i genitori dell’ex premier Matteo Renzi, Tiziano Renzi e Laura Bovoli. I coniugi sono accusati di bancarotta fraudolenta e false fatturazioni ma, andando indietro di qualche anno, diversi sono gli scandali legati ai nomi dei due coniugi. Torna alla mente il caso che coinvolse Banca Etruria, su cui Lidia Di Marcantonio – la vedova di Luigino D’Angelo, pensionato suicida dopo aver perso tutti i suoi risparmi investiti – da anni continua a chiedere giustizia.

Genitori di Renzi e Banca Etruria - Leggilo

Lo scandalo della Etruria: papà Renzi e papà Boschi

Facendo ordine, lo scandalo di Banca Etruria, scoppiato nel 2015, quando al Governo sedeva Matteo Renzi, coinvolse Pier Luigi Boschi – padre dell’allora Ministro Maria Elena Boschi e Vicepresidente dell’istituto Bancario – e, indirettamente, Tiziano Renzi. Quest’ultimo è stato a lungo accostato – per affari in comune – a Lorenzo Rosi, Presidente di Banca Etruria – sull’orlo del fallimento – e uno dei sette amministratori indagati per il crack dell’Istituto bancario, come riportato da Panorama.

Lorenzo Rosi è stato per un quindicennio a capo della Castelnuovese cooperativa che si è occupata di outlet del lusso e di operazioni immobiliari. Rosi è risultato essere amministrtoe unico della società Syntagma una srl. Entrambe erano a loro volta parte della struttura societaria di un’altra, la Egnazia Shopping Mall a sua volta socio di riferimento della Nikila Invest, che aquistò dalla Cassa depositi e prestiti per 23 milioni di euro il vecchio Teatro comunale di Firenze con l’obiettivo di farci una 40 appartamenti di lusso e  un albergo. La Nikila Invest avere una partecipazione del 40% nella Party, una societò faceva capo  alla famiglia del premier: era una srl con sede a Rignano, patria di Matteo Renzi, con capitale sociale di 12.500 euro di cui Tiziano Renzi, era socio e Laura Bovoli amministratore unico.

Il legame, per quanto indiretto, fu molto chiaccerato: “Non esistono veicoli commerciali o finanziari nei quali Tiziano Renzi sia socio di Lorenzo Rosi” fece sapere Tiziano attraverso il proprio avvocato Federico Bagattini. La Nikila Invest stava nel mezzo,risultava “soltanto” socia di entrambi. “Non sono socio di Tiziano Renzi” disse lo stesso Rosi. Ma le precisazioni non bastarono. Alcuni ricordarono che Renzi senior si era presentato davanti ai sindaci di Fasano e di Sanremo assieme ai vertici di Egnazia Shopping Mall – la società  partecipata da Castelnuovese e Syntagma, facenti capo all’allora presiedente della Banca Etruria  – per discutere degli outlet.

Intanto Pier Luigi Boschi, ex membro del Consiglio d’amministrazione di Banca Etruria e Vice-presidente della Banca, riceveva una multa da 144mila euro da parte di Banca d’Italia per aver violato una serie di norme sulle comunicazioni e sulla trasparenza dell’attività finanziaria della banca.

Banca Etruria, per anni tra gli istituti bancari più conosciuti operanti nel Centro Italia, fino al crack definitivo – e di cui la Boschi era azionista – vide pian piano le quote scendere, fino a quando, a Febbraio 2015, venne commissariata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e salvata in extremis nel Novembre di quello stesso anno attraverso la procedura di “bail-in“, la procedura “salva banche” avviata da Matteo Renzi, che salvò in extremis sia papà Renzi che papà Boschi. Al contempo la misura provocò forti perdite per gli azionisti e i detentori di obbligazioni subordinate, tra cui, appunto, quelli di Luigino D’Angelo. Con il “Decreto Salva banche” furono messi a disposizione 3,6 miliardi di euro da Intesa Sanpaolo, UniCredit e Ubi, per salvare quattro istituti del centro Italia in crisi: Banca delle Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio della Provincia di Chieti e Cassa di Risparmio di Ferrara. Un’ operazione che ha favorito i soliti amici degli amici, scaricando tutto sugli azionisti e sui contribuenti con un sistema di salvataggio interno.

Luigino D’Angelo e la lettera di addio

Luigino D’Angelo – pensionato 68enne – si tolse la vita dopo aver appreso di aver perso i risparmi di una vita e lasciò una lettera di addio alla moglie lanciando le sue accuse verso la banca. Sulla tragica morte del pensionato la Procura di Civitavecchia aprì un fascicolo di indagine ipotizzando il reato di istigazione al suicidio. Il caso fu archiviato. Fu Marcello Benedetti, ex dipendente della Banca, a vendere al pensionato le obbligazioni subordinate, ovvero titoli in cui il pagamento delle cedole ed il rimborso del capitale, in caso di particolari difficoltà finanziarie dell’emittente, dipendono dalla soddisfazione degli altri creditori non subordinati. Sono i tipi di investimento più a rischio, ma Benedetti si comportò da impiegato di banca e convinse l’uomo a fare un investimento non proprio sicuro, come riportato da Askanews.

Il dipendente aveva l’ordine di convincere più clienti possibili ad acquistare i prodotti della banca e settimanalmente era obbligato a presentare dei report con dei budget che ogni filiale doveva raggiungere. Quindi, mors tua, vita mea. Benedetti pensò di mettere al riparo alcuni clienti, tra cui appunto Luigino, per cercare di far avere loro la liquidazione sia delle subordinate che delle ordinarie proponendo una gestione di fondo. Luigino non volle farlo: voleva un rendimento semestrale e solo una quarantina di clienti accettarono la condizione. Gli altri persero tutto. Benedetti venne licenziato:  fu ritenuto responsabile delle obbligazioni acquistate da D’Angelo, che perse ben 110mila euro.

“Bail in” & “Bail out”

La procedura “Salva Banche” – il “bail in” – è una procedura opposta al “bail out“, che consiste nell’intervento di terze parti per salvare una banca sull’orlo della crisi. Quest’ultimo procedimento è quello che ha salvato di recente Banca Carige che dopo il commissariamento, cioè una gestione straordinaria, si ritrova con la garanzia dello Stato. Cosa che non avvenne per Banca Etruria e che manda su tutte le furie Lidia Di Marcantonio: “Una vergogna: per noi non c’è stata nessuna tutela dei risparmiatori“, racconta la donna che si è scagliata più volte non solo contro il diverso trattamento riservato alla Banca Carige ma anche contro la procedura avviata da Renzi, come riportato dall’Huffpost. “Si fanno figli e figliastri”, dice la vedova, “E’ uno scandalo, una cosa vergognosa. Perché per Banca Etruria nessuno è intervenuto a tutela dei risparmiatori?“. In sostanza, la donna oggi si ritrova senza marito e senza un centesimo, mentre chi doveva essere salvato è uscito indenne. Vivo e con i soldi.

Chiara Feleppa

Fonti: Askanews, Panorama, Huffpost

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