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Benedetto XVI: “Esiste il diritto a non emigrare”

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Sono passati sei anni da quando, il 28 febbraio 2013, Papa Benedetto XVI rinunciava al suo pontificato. Le sue idee in tema migranti si sposano bene con il clima politico di questi giorni.

"Le persone devono restare a casa loro" - Leggilo

 

Joseph Aloisius Ratzinger, meglio conosciuto come papa Benedetto XVI, oggi ha 91 anni e vive nel monastero Mater Ecclesiae. Dopo il suo addio alle scene, il 28 febbraio del 2013, sei anni fa, Ratzinger rinunciava all’ufficio di romano pontefice. A sostituirlo, nella carica, il 13 marzo 2013 – tredici giorni dopo il suo l’abbandono – fu il vescovo Jorge Mario Bergoglio, anche lui meglio noto come papa Francescoattualmente in carica. A Benedetto XVI restava il titolo di “sommo pontefice emerito” mentre Bergoglio cominciava a muovere i passi, nel suo nuovo ruolo, come rappresentante della Chiesa Cattolica.

La rinuncia al ministero petrino è cosa rara e fa storcere il naso. Anche nel caso di papa Ratzinger – l’ottavo pontefice nella storia ad abbandonare la carica, dopo Celestino V, Gregorio XII, Clemente I ed altri di cui abbiamo fonti poco note e tutte abbastanza discutibili – si accesero le polemiche.  Alcuni, come l’allora arcivescovo uscente di Ferrara Luigi Negri, avvalorarono l’idea di un complotto: dietro la rinuncia di Benedetto XVI ci sarebbero stati ricatti e pressioni, tesi secondo la quale Benedetto XVI sarebbe stato solo un burattino nelle mani dei più forti, e avrebbe mollato non certo per sua spontanea volontà. C’è chi poi ha fatto riferimento a un giro losco di soldi e di conti occulti della banca del Vaticano, lo IOR. Ma anche ai problemi di gestire un ambiente, quello del papato, tutt’altro che limpido: un buco nero dove girano interessi, scandali e pedofilia. E le condanne degli ultimi giorni sembrano confermare il tutto.

Anni fa, l’ex pontefice si soffermò a parlare del rapporto con il suo successore papa Bergoglio. Un’unione “di comunione profonda e di amicizia“, ma anche di “indiscussa obbedienza”. Eppure, i due, pare abbiano avuto idee diverse su alcune faccende. Tornano alla mente, in questi giorni – dopo l’approvazione, al Senato, della mozione presentata da Fratelli d’Italia sulla revisione del “Global Compact” – le sue parole in tema migranti, che sembrano ora più che mai calzare a pennello. Sarebbe stato d’accordo con Giorgia Meloni, Ratzinger, visto che anche lui, come il leader di FDI, sosteneva che non esiste “il diritto ad emigrare”. E se il Global compact stabilisce l’esistenza, per tutti, di un diritto ad andare dove si vuole, obbligando tutti ad accogliere, questo principio non sarebbe mai stato ritenuto valido, per Ratzinger.

In un messaggio di Benedetto XVI, per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato, nel 2013, l’ex pontefice scrisse: “Certo, ogni Stato ha il diritto di regolare i flussi migratori e di attuare politiche dettate dalle esigenze generali del bene comune, ma sempre assicurando il rispetto della dignità di ogni persona umana”. Non a caso, la riduzione degli sbarchi dell’80% dallo scorso anno, pare assicurare ora maggior rispetto della dignità delle persone, riducendo criminalità e anche numero di decessi in mare. “Nel contesto socio-politico attuale, però, prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra”, sostenevano Ratzinger e Giovanni Paolo II. Il diritto primario dell’uomo dovrebbe essere, infatti, quello di poter vivere nella propria patria.

Un indirizzo comunicativo diverso rispetto a quanto emerso dalle dichiarazioni di Papa Francesco sulla questione. Ratzinger valutava – con maggiore concretezza rispetto a Bergoglio – gli effetti negativi di un’immigrazione incontrollata, ribadendo la necessità di una gestione regolata dei flussi migratori. Allo stesso modo c’era bisogno, nei paesi d’origine, di garantire condizioni strutturali valide che assicurassero una vita dignitosa, per mantenere valido, nella vita di ciascuno, “il diritto a non emigrare“, ritenuto più importante di quello ad emigrare.

E se l’immagine della Chiesa che emerge oggi, con papa Bergoglio, appare quella di essere sostenitrice di una realtà illusoria, quella che ne uscì dalle dimissioni di Joseph Ratzinger fu la fotografia di una Chiesa decomposta e frantumata. Fu lo stesso Ratzinger, per smorzare tutte le polemiche, a spiegare i motivi del suo abbandono, parlando di una “grande stanchezza“, manifestatasi durante il viaggio del 2012 in Messico e a Cuba, quando si rese conto di non essere più in grado di sopportare trasferte transoceaniche, troppo faticose per un uomo anziano. “Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino”, con queste parole, a conferma di quanto ha sempre sostenuto, il pontefice si congedava dall’incarico.

E chi, oltre tutto, parlava di una malattia dell’allora Papa – prevedendone di lì a poco la morte – ha dovuto poi fare dei passi indietro. Visto che oggi, la sua vita, appare tranquilla. Nelle ultime sue foto, che risalgono a novembre scorso, Ratzinger appare sì stanco e malandato, ma ha del resto anche la sua età. Fonti certe, tra l’altro, riferiscono che “la sua mente è lucidissima”: parla, commenta e ragiona. Forse, si sarà ben ripreso dalla stanchezza accumulata nel suo pontificato. Del resto, tenere in mano le redini di un apparato tanto grande quanto complesso, non deve essere facile. A quanto pare, oltre al diritto a non emigrare, esiste anche quello al licenziamento. Anche se sei il Papa.

Chiara Feleppa