Home Cronaca Il Ministro della Giustizia: “Dal giudice parole inammissibili alla madre di Marco”

Il Ministro della Giustizia: “Dal giudice parole inammissibili alla madre di Marco”

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Omicidio Vannini, troppe cose non tornano. Bonafede: “Indignato per le parole del magistrato, inaccettabile la frase su Perugia”

Le ricostruzioni dell’omicidio di Marco Vannini non tornano, a distanza di anni. Intanto, dilaga l’indignazione, anche nelle Istituzioni.

Morte di Marco Vannini, il Ministro Bonafede indignato

L’opinione popolare è, dicono, il vero arbitro dei processi. Sempre più è l’opinione della gente, inclinata da una parte o dall’altra, a stabilire i colpevoli e gli innocenti. E la sentenza di qualche giorno fa sul caso Vannini ha scatenato forti proteste. La riduzione della pena a soli 5 anni per Antonio Ciontoli, condannato il primo grado a 14 anni di reclusione, per aver sparato al ventenne Marco Vannini, ha spinto a poter parlare di corruzione della magistratura, oltre che di una giustizia che non ha fatto il suo corso.

Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia, ha ricevuto una petizione online, lanciata sul sito web Change.org, per riesaminare il caso, con oltre 130mila firme raccolte in poco più di un giorno. Il ministro, in un video su Facebook, ha risposto. “Vi ringrazio, perché rivolgendomi a me, mi avete dimostrato fiducia. La voglio ricambiare dicendo la verità. Il Ministro della giustizia non può e non deve entrare nel merito delle decisioni dei magistrati. Un principio fondamentale che non posso e non voglio violare”.

Poi, Bonafede ha detto di aver chiamato la mamma di Marco, e di averle spiegato la sua posizione. E in merito al video della lettura della sentenza, durante la quale la donna ha gridato alla vergogna, diffuso online, il Ministro si è opposto alle modalità della procedura. “Quel video è entrato dentro milioni di case di cittadini italiani, un magistrato ha tutti gli strumenti idonei a far mantenere l’ordine, è inaccettabile e sono indignato che un magistrato interrompa la lettura di un dispositivo della sentenza per la frase su Perugia. Come ministro, ho già attivato le pratiche affinché vengano fatti tutti gli accertamenti del caso”.

Ho letto i numerosi messaggi e gli appelli di questi giorni sulla vicenda di Marco Vannini, ho visto il video relativo alla lettura del dispositivo sulla sentenza: ho qualcosa da dirvi.

Pubblicato da Alfonso Bonafede su Giovedì 31 gennaio 2019

Il presidente della Corte di Assise di Appello, per rimproverare i parenti della vittima che avevano iniziato ad urlare, ha risposto: “Vi farò processare, se volete andare a fare un giro a Perugia, ditelo” – in riferimento alla procedura che prevede, in caso in cui qualcuno commette un reato nei confronti di un magistrato di Roma, che a giudicare sia il tribunale di Perugia.

Le contraddizioni sulla morte

L’omicidio di Marco Vannini, se anche si è arrivati a una sentenza, con tutti i dubbi del caso, ancora oggi è pieno di punti oscuri. Quello che sappiamo di certo, è che il ragazzo, il 17 Maggio 2015, si trovava a casa della fidanzata quando è stato ucciso da un colpo di arma da fuoco sparato dalla pistola del padre della ragazza, Antonio Ciontoli. In casa con lui, quella sera, la moglie, la figlia e fidanzata del ragazzo MartinaFederico, l’altro figlio, e la sua fidanzata Viola Giorgini.

Il Ciontoli, nella sentenza di primo grado del 18 aprile scorso, era stato l’unico condannato, per omicidio volontario. Gli altri, eccetto la Giorgini, erano stati condannati a 3 anni per omicidio colposo. Le versioni dei quattro sono apparse subito non concordanti. Secondo il principale indiziato, alle 23.20 Marco si trovava nella vasca da bagno quando Antonio avrebbe tirato fuori due pistole per fargliele vedere, come aveva richiesto il ragazzo. Il colpo sarebbe partito per sbaglio.

Due cose sembrano già a questo punto strane: la prima, cosa ci faceva Marco nella vasca da bagno. La seconda, perché il padre della fidanzata sarebbe entrato per far vedere le pistole – come se si trattasse di un gioco – proprio nel bagno dove il ragazzo era, presumibilmente, senza vestiti, in un momento intimo.

Poi, il racconto di Martina, la fidanzata, che avrebbe detto al fratello di aver visto il momento in cui il padre ha puntato la pistola contro Marco, per scherzo. In più, contraddizioni sull’arma: se Antonio, come ha detto, non ha armato il cane della pistola – necessario per far partire il colpo – l’arma sarebbe dovuta essere in doppia azione, cosa non possibile, per la pistola di Antonio, che era difettata. A questo punto l’altra versione di Ciontoli: “Ho preso l’arma convinto che fosse scarica solo che praticamente, l’arma non mi stava scappando. L’ho presa, l’ho impugnata. L’ho scarrellata per scherzo. Ho fatto finta di sparare e invece c’erano i proiettili all’interno della pistola. E mi è partito il colpo”.

Ancora, l’uomo avrebbe detto prima di aver sentito il colpo, poi di non essersene reso conto. Le chiamate fatte al 118 alimentano altri dubbi, visto che la prima, poi annullata – in cui si sentono le grida in sottofondo, fatta da Federico, che parla di “un ragazzo che non respira più” – viene fatta 20 minuti dopo lo sparo, mentre il ragazzo, portato in camera da letto, veniva rivestito e asciugato.

A questo punto, sempre secondo il Ciontoli, si capisce che il colpo era partito davvero. Colpo che viene ritrovato in bagno. Qui la seconda chiamata al 118, senza dire, però, del colpo da arma da fuoco sparato. Si parla di un “foro fatto con un pettine”.

Insomma, non si sa bene cosa sia successo in quella casa. Quello che è certo, però, è che se non c’è stata dole nel colpo sparato, c’è stata dole nell’attesa successiva, nelle bugie mirate a coprire e nascondere un omicidio, nelle ore di agonia passate a studiare un piano per uscirne puliti. Mentre il ragazzo, dissanguato, moriva.

Chiara Feleppa

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