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5 anni per aver ucciso, la difesa di Ciontoli: “Ha vinto il diritto”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 22:16
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La sentenza definitiva del processo per l’omicidio di Marco Vannini, che ha ridotto la pena ad Antonio Ciontoli a 5 anni, ha scatenato l’ira dei genitori e del web.

 

La sentenza che avrebbe dovuto chiudere il processo per l’omicidio di Marco Vannini, a carico di Antonio Ciontoli e della sua famiglia, in realtà ne ha aperto un’altro, ancor più grave, che fa appello all’autorità e alla reale competenza della giustizia italiana. La riduzione della pena per Ciontoli, da 14 anni a soli 5, ha scatenato l’ira della mamma e il papà di Marco, che non si capacitano di come la vita del figlio possa valere solo cinque anni.

L’avvocato di Ciontoli, ai microfoni di Rai Tre, alla trasmissione Chi l’ha visto, andata in onda ieri sera, ha parlato di un risultato esemplare: “È stata la vittoria del diritto. Noi abbiamo sempre detto che il dolo non c’era. Mai è stato preso in considerazione l’evento morte… Il mio assistito non si è mai sottratto dal riconoscere le sue responsabilità. Noi abbiamo solo cercato che a queste responsabilità fosse data la giusta configurazione giuridica”. 

Il punto, però, su cui insiste la madre, disperata, non è tanto il colpo partito dalla pistola dell’uomo, ex militare e padre della fidanzata di Marco, quanto le tre ore di attesa che il ragazzo ha passato agonizzante, nella villetta dei suoceri. E nessuno dei Ciontoli, né la fidanzata di Marco, né il padre, né la sorella, né la mamma, ha fatto qualcosa per correre ai rimedi.

Marco, allora ventenne, il 18 maggio 2015 si trovava a casa della fidanzata, che frequentava spesso, e stava facendo un bagno. Un gesto spontaneo che ben rappresenta la famigliarità del ragazzo con la famiglia Ciontoli, dove si sentiva accettato e protetto. La storia di quella sera ha rivelato come Marco ha creduto di essere amato come un figlio, certo, e di come si fosse illuso.

Il ragazzo è stato colpito casualmente, si legge negli atti, da un colpo di pistola sparato per caso dall’arma del padre della fidanzata. Dopo lo sparo, seguirono ore in cui la famiglia non fece niente per salvarlo, se non chiamate al 118, dove si sentono le urla strazianti del ragazzo, poi annullate. Ciontoli, nell’ultima chiamata, disse che il ragazzo si era ferito con la punta di un pettine, che gli aveva provocato un foro. Invece, il proiettile era passato dal braccio al cuore, e il ragazzo, una volta arrivato in ospedale, era già deceduto. E’ nell’attesa di queste ore che si scaglia e si concentra l’accusa, che ha chiesto, all’inizio del processo, la condanna non solo per il capofamiglia, ma anche per il resto dei componenti, che avrebbero potuto agire e che invece hanno lasciato il povero Marco morire dissanguato.


“Sto malissimo”, ha detto la madre di Marco, che alla lettura del processo è scoppiata in lacrime. “Sfido chiunque a non reagire così davanti a una sentenza che non so da dove hanno preso. Era tutto scritto negli atti, c’erano le registrazioni delle chiamate al 118, le sue urla. La giustizia per Marco ci deve essere… è una vergogna”. 

Anche il web, dopo la sentenza, è letteralmente esploso. Si chiede giustizia per Marco. C’è chi ipotizza la riduzione della pena grazie ai contatti del Ciontoli, essendo anche lui una forza dell’Ordine. C’è chi grida ai complotti e ai privilegi di casta. Girano alcuni hastag con la scritta: “Non nel mio nome”, in riferimento alla frase, letta prima delle sentenze, “In nome del popolo italiano”. Si chiede che la giustizia faccia il suo corso, anche se, questa volta, è andata decisamente fuori strada.

Chiara Feleppa

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Fonte: Chi l’ha visto? 

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