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Julen, parlano i soccorritori: “Trovare quel corpo è stato sconvolgente”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:43
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I soccorritori di Julen: “Eravamo come degli zombie, i nostri volti come cadaveri”

Julen Rossello è stato tirato fuori sabato notte dal pozzo dove era rimasto intrappolato per tredici giorni. I soccorritori, ora, raccontano lo strazio dei giorni di lavoro.

La vicenda del piccolo Julen ha tenuto tutti col fiato sospeso, fino all’ultimo giorno. Fino a quando, tredici giorni dopo dopo che il bimbo era precipitato a 110 metri da terra, i soccorritori l’hanno finalmente estratto. L’autopsia, effettuata sul cadavere, ha confermato che Julen è morto lo stesso giorno della caduta. Un bene, nel male, il fatto che non abbia sofferto così a lungo. Che di quei giorni, lunghi tredici giorni, non se ne possa ricordare. Che non abbia vissuto la solitudine, il freddo, la fame e la paura. Una lieve consolazione per mamma e papà, che in due anni hanno perso due figli, entrambi così piccoli. E che ora non si danno pace e non hanno niente a cui aggrapparsi.

Nicolàs Rando, l’agente della Guardia Civil, ha recuperato il corpo di Julen. Ora, ne racconta lo strazio: “Trovarlo senza vita è stata la cosa peggiore, un epilogo davvero triste che, in quel momento, ci ha reso furiosi. Ma noi sappiamo che ce l’abbiamo messa tutta”. Tutta la forza, l’energia e la determinazione sono state impiegate per tentare l’impossibile. Un’opera gigantesca, una collina diventata un vero e proprio cantiere, con turni impensabili. “Dovevo recuperarlo”, ha continuato Rando, “Lo dovevo non solo ai genitori di quel bambino, ma anche a mio figlio, che ha quattro anni e che ogni mattina mi chiedeva: ‘Papà, oggi andrai a salvare Julen?’”. Poi, spiega ancora l’uomo, i risultati dell’autopsia hanno in qualche modo consolato: “So che almeno Julen non ha sofferto. Ma una volta che ho recuperato il corpo, sono crollato in lacrime, ma credo che si tratti di una reazione assolutamente umana”.

La squadra dei soccorritori appartiene al GREIM, un reparto operativo d’eccellenza della Guardia Civil, specializzato nei soccorsi in montagna. Con loro hanno lavorato ingegneri, speleologi e vigili del fuoco. Tutti insieme a lottare contro il tempo e gli imprevisti, dalla rottura di alcuni strumenti di salvataggio alle pareti troppo rocciose in profondità. Le condizioni erano davvero al limite, e ora si cerca di prepararsi all’eventualità che altri fatti come questo possano accadere, così da essere più pronti. Anche la tragedia di Vermicino, dove perse la vita Alfredino Rampi, comportò la nascita della Protezione Civile.

Antonio Avila Martin, membro del corpo dei vigili del fuoco di Malaga, in un’intervista per laSexta, ha spiegato: “Stiamo raccogliendo tutti i dati e cercando di dire cosa avrebbe potuto essere migliorato, cosa potremmo fare per la prossima volta. Abbiamo incontrato tutti coloro che hanno partecipato per discutere del problema e, come dicono gli psicologi, è necessario parlare alle persone di settore in modo che ci capiamo, non sarà la stessa cosa per i familiari”. Il pompiere ha parlato anche delle crisi, della stanchezza e dello stress a cui lui e i suoi colleghi sono stati sottoposti: “Quando stai soccorrendo qualcuno, ti concentri sulla ricerca o il salvataggio e fai del tuo meglio per recuperare le vittime, ma poi la crisi arriva quando vai a casa e ci pensi sopra”. E ancora, parla dei volti dei colleghi come “volti di veri zombi”, dei cadaveri che nonostante la stanchezza non si sono mossi di un centimetro da lì.

José Rossello e Vicky Garcia, ora, tentano di sopravvivere. Cosi come Julen ci ha provato lì sotto, ora è fuori dal pozzo che manca l’aria. Non si respira, in città. L’aria di lutto invade le strade, ogni singolo centimetro, e la vicenda rimarrà impressa come un marchio nella storia di Totalan, vicino Malaga, ora tristemente nota. Poi, mamma e papà: anche dei loro volti disperati ci si dimenticherà difficilmente. Come si può non immedesimarsi in loro, come si può non provare compassione. Sembra una maledizione, la loro storia. L’incontro il giorno dell’attentato alle Torri Gemelle, l’11 Settembre 2001. La morte del primogenito di tre anni per un infarto. E infine Julen, caduto giù nel pozzo, e morto da solo, nel fango, con le braccia al cielo. Niente può far apparire la loro vicenda meno triste di quella che è. Non c’è consolazione che esca fuori se si prova a cercarla. Non c’è conforto. Solo il ricordo, ormai lontano, dei pochi giorni felici col suono della risata di Julen.

Chiara Feleppa

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Fonti: Facebook Notizie.it, laSexta
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