Home Cronaca Alessio Feniello, primo condannato dopo la strage di Rigopiano

Alessio Feniello, primo condannato dopo la strage di Rigopiano

ULTIMO AGGIORNAMENTO 19:53
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La giustizia italiana fa sorridere sempre un po’ perché ha questa bella abitudine di accusare gli innocenti e scagionare i colpevoli. O comunque, di bypassare sui reati gravi e concentrarsi invece su cose piccole, così piccole, così in buona fede, ma che violano la legge. Non importa se tu sei un uomo e tuo figlio è tragicamente deceduto. Non importa neanche se ti avevano detto che tuo figlio era vivo e poi l’hai visto morto. Non importa se il tuo più grande crimine commesso negli anni è stato portare dei fiori su quel luogo dove tuo figlio si è spento. Non importa perché su quel luogo c’erano dei sigilli, tu li hai superati, ed hai violato la legge, come riportato dall’Ansa. Non importa neanche se tu sei Alessio Feniello, il padre di Stefano, il 28enne di Valva che perse la vita nella Tragedia di Rigopiano, il 18 Gennaio di due anni fa, causata da una slavina che, distaccatasi da una cresta sovrastante, ricoprì l’albergo Rigopiano-Gran Sasso Resort, sfondandone le pareti.

Alessio Feniello, padre di Stefano Feniello, tragedia di Rigopiano

Non è importato a nessuno, neanche a quella persona – a cui probabilmente deve essere sfuggito qualcosa, forse non ha capito il suo lavoro, o forse non ha mai perso un figlio – che ha condannato il fatto, facendo una cosa certamente permessa dalle legge ma che è lontana, lontanissima, da tutto quello che rende uomo un uomo. I latini parlavano di pietas, ma in questo caso non c’era neanche da farne tanto uso. Il gesto di Alessio è stato un gesto di un padre, di che grave reato lo si può accusare? E soprattutto, cosa giustifica la condanna a due mesi di carcere commutati in una multa di 4.550 euro? Già che ci siamo diamogli l’ergastolo.

Che importa, poi, se delle condanne per la strage non c’è neanche l’ombra? La prima in effetti è arrivata, solo che è inversa. Colpisce chi è stato ferito. Che importa se siamo a quasi due anni dalla tragedia e non si conoscono nomi e cognomi dei responsabili? Che importa poi se ci sono tutti quei dirigenti comunali che hanno rilasciato i permessi edilizi per la costruzione dell’hotel?

Alessio Feniello, da quando è morto il figlio, non ha capito più nulla. Lo abbiamo visto in televisione, lo abbiamo visto nei filmati, lo abbiamo visto nelle interviste, e lo abbiamo visto sempre uguale. Sempre piangere e disperarsi, chiedere giustizia. Sempre con gli stessi occhi che a guardarli trasmettono angoscia, sempre la stessa ogni volta. Quella giustizia che nessuno gli vuole dare, gli si ritorce contro ancora di più. Ora forse il mondo gli appare un grande scherzo, il destino avverso ha cominciato a prendersi gioco di lui e si è preso tutto quanto aveva, un figlio che portava il suo cognome. E ora, vuole anche condannarlo. Vuole farlo passare per criminale. Insomma, cosa avrà fatto di grave il povero padre?

E dice bene, Alessio, quando dice “Sono disgustato”. Lo siamo un po’ tutti. Anche Stefano lo è.

E fa altrettanto bene a ricordare che “A Pasquetta lì c’era gente che festeggiava, si faceva i selfie, se ne andava con i souvenir. Ci sono foto e video. E un magistrato fa questo a me? Mi si vieta di portare fiori dove hanno ucciso il mio ragazzo. Io non pago, che mi processino. Ha detto bene il mio avvocato Camillo Graziano: è arrivata la prima condanna per la strage. Solo che riguarda il padre di una vittima”.

La condanna è estremamente disumana e sa di cattiveria mostruosa, accanimento, iperburocratismo giudiziario. “Era maggio, mia moglie voleva portare fiori a Rigopiano, quella è anche la tomba di nostro figlio, è un luogo che ci dà conforto”, ha spiegato l’uomo, come riportato da Il Corriere della Sera. “Il cancello era aperto, siamo entrati. Non abbiamo scavalcato niente, non abbiamo rotto niente. C’erano gli operai al lavoro, hanno chiamato i carabinieri. Siamo stati scortati fino al punto dov’è morto Stefano e riaccompagnati all’uscita. Pensavo fosse finita lì”.

Invece, a Settembre, Alessio scopre che la posizione della moglie Maria era stata archiviata, ma la sua no. “La condanna è ridicola. Che pensassero a fare i processi seri!”, ha detto l’uomo, che non ha intenzione di pagare alcuna somma, piuttosto il carcere, che, dopo la morte di un figlio, non è così grave: “Mi hanno ucciso un figlio e dovrei preoccuparmi di questo? Io non ho paura. Chiedo giustizia. E lo ripeto sempre, per farmi tacere mi devono ammazzare. Piuttosto, non vorrei essere diventato troppo scomodo. Ma se mi vogliono intimorire hanno sbagliato persona”.

Il ricordo di Stefano è sempre vivo nell’uomo, così come l’attacco alla giustizia mai ricevuta: “Mia moglie prende 50 euro di medicine a settimana per sopravvivere. Qualcuno si è mai preoccupato di sapere se posso pagare? Nessuna istituzione l’ha fatto. Io mi sono rifiutato di incontrare anche Mattarella. Non vado a prendere pacche sulle spalle“.

L’uomo ha sempre rifiutato ogni tipo di conforto finto e celato, ogni forma d’apparenza. Ha rifiutato la sfilata dei politici al funerale, ha rifiutato l’incontro con il Presidente della Repubblica.

“Quello che ci sembra distruttivo è in realtà la costruzione di qualcosa di nuovo perché la morte non uccide, ma cambia il modo di vivere”, disse il sacerdote alle esequie.

Caro Alessio, sappiamo che avresti voluto che il tuo modo di vivere fosse rimasto lo stesso. Che non esiste conforto. Ma tu sappi che questa condanna ci fa un po’ sorridere. E che siamo dalla tua parte. Dalla parte della giustizia.

Chiara Feleppa

Fonti: Ansa, Il Corriere della Sera

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