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“Non vogliamo che la sua tomba stia accanto ai parenti. Ha abusato della nipote”

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Non si può stare sereni neanche da morti. Non si può neanche più morire senza dover subire processi. Ma, in fondo, quello che fai in vita, il bene o il male che dai, ti si ritorce contro anche quando non hai più diritto di replica. Peggio poi, se hai parenti che ti detestano.

Arriva dalla Gran Bretagna lo strano caso di una curiosa famiglia, sulla cui identità c’è attualmente il più stretto riserbo. La richiesta, diventata una vera e propria causa sottoposta alla Corte del Concistoro della Chiesa d’Inghilterra, è di sfrattare dalla Cappella di famiglia, a Lichfield, nello Staffordhire inglese, la tomba di un parente che in vita avrebbe commesso pedofilia. L’uomo, deceduto nel 2016, avrebbe abusato in vita della nipotina, la figlia della sorella della moglie, morta nel 2008, da quando la piccola aveva solo 5 anni.

Strano però che di fronte a tutte queste prove e tutto questo risentimento – giustificato nel caso l’accusa fosse vera –  contro di lui non sia mai stato celebrato un processo penale, neanche da parte della famiglia, forse per non infangare la reputazione della stirpe, e che solo ora, alla morte, salti fuori tutto. Tra l’altro, la colpa del presunto pedofilo è soltanto presunta, anche se, a giudicarlo colpevole, è stato il Tribunale.

Il racconto della ragazzina, oggi adolescente, che ha parlato di “abusi sessuali prolungati e ripetuti fino all’età di 13 anni”, è stato giudicato da Stephen Eyre – il giudice che ha emesso il verdetto –  come verosimile, ma non ci può essere comunque riscontro. Forse un po’ tardi per fare causa. Comunque, ad ogni modo, la giustizia ha constatato che ormai «quella tomba è diventata un luogo di angoscia e risentimento», lontana dai sentimenti di preghiera e raccoglimento che dovrebbe suscitare un luogo di culto.

Si tratta della prima causa del genere nel Regno Unito, destinata probabilmente a fare giurisprudenza, visto che, come  riportano i media locali, in genere le domande di riesumazione, su cui la diocesi ha l’ultima parola, di norma vengono rigettate a meno che non vi siano circostanze eccezionali, come delle indagini di polizia. Ma, in questo caso, il giudice ha valutato che il passato criminale dell’uomo fosse una motivazione ragionevole per pretendere di spostarlo in un’altra zona del cimitero.

Il parente scomodo, violentatore di bambini da morto, ma comunque in vita innocente, se ne andrà in cerca di fitto. I parenti invece si sono tolti di fianco un bel macigno, un macigno così grande da non poter togliere in vita. Ma, a volte, da morti si risolvono le cose in modo molto più semplice: l’avversario non c’è e tutti sono vincitori se giocano da soli.

Chiara Feleppa