Home Cronaca Bimba morta sulla neve, la mamma finisce sotto accusa

Bimba morta sulla neve, la mamma finisce sotto accusa

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Il confine che passa tra incidente e omicidio colposo è così sottile che a volte pare difficile distinguerlo. Lo sa Renata Dyakowska, 38 anni, indagata per omicidio colposo della piccola Emily Formisano, sua figlia di 8 anni, morta il 4 Gennaio sulla pista da scii a Renon, in Trentino Alto Adige. Un altro caso dopo quello di Camilla Compagnucci,morta mentre era sulla pista da sci con il papà. 

Emily Formisano muore sulla neve con la madre

La famiglia, composta dalla madre, due bambini e il papà, era arrivata a Bolzano da Reggio Emilia per trascorrere sui monti innevati la fine delle vacanze. Secondo le ricostruzioni, raggiunta la stazione intermedia, dove è possibile prendere la pista per gli slittini, mentre il padre e il figlio si sono fermati, la madre e la bambina hanno proseguito per altri 300 metri fino alla stazione in cima alla montagna, a quota 2070m, da cui parte la pista per gli slittini. Le due, per riscendere, hanno poi imboccato la pista nera, con pendenza del 40%, praticabile solo per chi è davvero esperto.

La piccola e la madre hanno preso velocità e dopo la prima curva, a 500 metri dalla partenza, si sono schiantate violentemente contro un albero. Fortissimo l’impatto che ha provocato la morte sul colpo della bimba, mentre la mamma è stata intubata sul posto e trasportata per via aerea all’ospedale di Bolzano. Ora cerca di lottare per la vita ma le condizioni sono critiche e lasciano poche speranze. Il padre di Emily, Ciro Formisano, operaio di un’azienda della provincia di Reggio, ascoltato dai Carabinieri, ha raccontato la sua versione: «Mia figlia e mia moglie stavano giocando con lo slittino alla partenza delle piste. Era una zona pianeggiante e nessuno di noi aveva percepito alcun pericolo. A un certo punto le ho perse di vista e ho deciso di scendere con l’altro mio figlio in cabinovia». Ora, per il padre, resta il rimorso di non aver impedito la tragedia, di non averle fermate, e la mancanza, a vita, della piccola di casa, e forse, anche della moglie.

Ancora da decifrare la responsabilità piena, parziale o nulla della donna. A far polemica – e a far parlare non di incidente, ma di omicidio – è il cartello di divieto per gli slittini posto non al punto di partenza, ma in basso, cento metri sotto la partenza, a discesa già iniziata. In più, il cartello è solo in lingua tedesca, anche se vi compare il simbolo, barrato, di piccole dimensioni, di uno slittino. Sarebbe stato quindi impossibile, per la madre, comprendere le reali circostanze del pericolo, non conoscendone la lingua. Eppure, il preavviso c’era e, se fosse stato letto, avrebbe forse evitato la tragedia, consentendo alle due di scendere alla stazione intermedia dell’impianto di risalita, invece che andare a monte, in zone considerate ad altissimo rischio.

Gli inquirenti, sequestrata la pista «Schwarzsee 2», hanno aperto un’inchiesta guidata dal pm Luisa MosnaAlessandro Urzi, consigliere provinciale del Trentino, di Fratelli d’Italia, pone giustamente il punto sulla questione della lingua e si schiera dalla parte degli innocentisti nei riguardi della madre, ora messa sotto accusa. “Ci aspettiamo che cambi radicalmente l’approccio verso il tema del rispetto della lingua italiana con la nuova giunta“, ha detto Urzi, “La toponomastica è una branca di questo tema: ci si può perdere se non si trovano le indicazioni nella propria lingua. Si può rischiare o perdere la vita se le avvertenze sulla pericolosità di un luogo sono solo in lingua tedesca”. La responsabilità sarebbe quindi da attribuire al responsabile della pista, anche lui indagato. E infatti, chi avrebbe notato un cartello in una lingua non propria, se a mala pena, in questi luoghi, si presta attenzione alle scritte in italiano? E perché, se si ricerca un responsabile, lo si ricerca proprio nella madre, forse imprudente, ma che ora è diventata assassina, criminale, incosciente? Chi madre uccide la propria figlia su una pista da sci?

Di chi è la colpa? 

La vicenda ricorda molto la tragica fine di Camilla Compagnucci, 9 anni, deceduta mentre sciava con il padre Francesco che, anche se non ha giuridicamente nessuna responsabilità per l’accaduto, continua a darsi colpe per aver portato la sua piccola di casa sulle piste in Val di Susa. A provocare la morte di Camilla, pochi giorni fa, è stato l’urto con una barriera posta ai bordi della pista che, se non ci fosse stata, ne avrebbe impedito la morte.

 

Indagati, anche in questo caso, 4 dirigenti della pista, già ex indagati per la morte di Giovanni Bonaventura, ingegnere trentunenne di Enna morto il 20 Gennaio dello scorso anno per aver urtato le barriere frangivento, nello stesso luogo di Camilla. Anche a Lecco, sulla pista Camosci, un ragazzo cinese di 14 anni ha perso la vita dopo essere caduto. Diversi e molti altri sono gli incidenti che ogni anno si ripetono sulle piste da scii, e la domanda è sempre una e sempre la stessa: di chi è la colpa? Perché, è vero, che se le circostanze possono non impedire, ma favorire la morte, va ricercato un colpevole.

In zone pericolose, dove certo bisognerebbe avere attenzioni in più, si dovrebbe almeno poter morire con la consapevolezza che la morte sia soltanto capitata, senza pensare che si sarebbe potuta evitare. Allora, se accade questo, la morte va in Tribunale. E diventa una questione di responsabilità, di colpevoli, di possibili assassini.

Il problema, in questi casi – e i numeri degli incidenti mortali sulle piste lo confermano  – sta in chi gestisce, nelle misure di sicurezza lasciate al caso e che invece andrebbero controllate nel minimo dettaglio. Per evitare le tragedie. Per scrollare da chi rimane in vita i rimorsi e i sensi di colpa. Perché quella madre, se mai si risveglierà dal coma, penserà sempre che è stata colpa sua, anche se non aveva visto il cartello e anche se non conosce il tedesco. Così come Francesco Compagnucci si pentirà sempre di aver portato Camilla, sua figlia, su quella pista, sapendo che la neve ne ha portato con sé il sorriso. Al contrario, chi dirige, in genere, dirà di non avere colpe , che tutto era funzionante e rimanderà le responsabilità a “quello che gestiva prima”, o a “colui che ha messo il cartello”, o “a chi l’ha scritto”, o a chi per esso.

E, se circolano le dichiarazioni di parenti, infermieri, amici di Camilla o Emily, fino a questo momento non risulta una parola detta dai responsabili delle piste che si sporcano di sangue. Troppo difficile mettere a rischio se stessi. Ma io capisco. Non è mica facile darsi degli assassini o dire di aver sbagliato. Il coraggio, a lavoro e nella vita, è cosa da pochi.

Chiara Feleppa

 

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